Intervista a Francesco Pantaleone

Il gallerista d'arte racconta la storia del negozio di articoli religiosi della sua famiglia

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Quando il negozio Pantaleone Arte Sacra a Palermo ha chiuso definitivamente i battenti nel 2023, ben quattro generazioni della famiglia si erano avvicendate alla sua gestione per oltre un secolo. Ultimo della stirpe, il gallerista d'arte contemporanea Francesco Pantaleone è nato in un mondo di liturgia cattolica dove fede, cultura materiale, spiritualità e commercio si intrecciavano con naturalezza.

Ci siamo conosciuti quando mi sono trasferita a Palermo nel 2005. A quel tempo Francesco lavorava nel negozio servendo i fedeli cattolici di giorno e ospitando mostre d'arte contemporanea, accompagnate da feste sfrenate, nel suo palazzo ormai cadente di notte. All'inizio sembrava una contraddizione piuttosto improbabile, ma ho presto imparato che non esiste contraddizione, non importa quanto grande, che Palermo non possa contenere.

Ai tempi consideravo l'intero inventario del negozio come manufatti di cultura popolare, anche se non tutto era prodotto in serie. Era l'ambientazione che lo faceva sembrare tale. Ripensandoci, c’erano anche molte cose fatte a mano potrebbero essere definite artigianato, persino arte. Penso in particolare alla “pittura su vetro” dipinta magistralmente al contrario, con prima i punti luce e poi gli sfondi. Oppure alla sala riservata alle visite private al secondo piano, dove erano esposte vesti sacre ricamate con sontuosità e suddivise per colore (una per ogni cerimonia), come pazientemente spiegava Francesco.

In quanto artista ho beneficiato enormemente dell'universo visivo del negozio e della generosità di Francesco, e sono stata profondamente toccata dalla chiusura di un'istituzione che “c'era sempre stata”. Oggi, poche persone, visitando Palermo, riconoscerebbero la leggendaria presenza del negozio Pantaleone Arte Sacra e l’impatto duraturo che ha avuto sul gallerista. Questa intervista è un omaggio alla loro storia.

Fratelli Alinari, Quattro Canti (Piazza Vigliena), Palermo, c. 1910. Pubblico dominio

1.     Cosa puoi raccontarci delle origini del negozio e dei tuoi antenati che lo hanno gestito?

Il mese finale di attività del negozio è stato luglio 2023. In quel mese abbiamo svuotato completamente gli spazi: migliaia di oggetti accumulati nel corso di oltre un secolo sono usciti da quelle stanze una dopo l’altra, e alla fine le saracinesche si sono abbassate definitivamente. Oggi, nello stesso luogo, uno degli incroci barocchi più celebri d’Europa, i Quattro Canti di Palermo, al posto del negozio di articoli religiosi della mia famiglia c’è una salumeria di lusso. È una trasformazione molto palermitana: il sacro che lascia spazio al cibo.

Il negozio era stato fondato nel 1905 dal mio bisnonno Giuseppe Pantaleone, che aveva iniziato con una piccola sartoria specializzata nella realizzazione di abiti ecclesiastici. Palermo era una città profondamente cattolica e la produzione di paramenti liturgici era un mestiere artigianale molto richiesto. Con il tempo quella piccola sartoria si trasformò in un vero negozio di articoli religiosi.

L’attività passò poi a mio nonno Francesco Pantaleone, una figura molto diversa dal fondatore. Mio nonno era più uno studioso che un commerciante: amava i libri, si interessava alla lingua siciliana e alla cultura locale. Il suo periodo coincise anche con anni molto difficili, la guerra, il dopoguerra, e il negozio rimase sostanzialmente una piccola attività di famiglia.

La vera trasformazione arrivò con la generazione successiva, quella di mio padre Domenico Pantaleone. Il suo destino commerciale si intrecciò con uno degli eventi più importanti della storia recente della Chiesa cattolica: il Concilio Vaticano II, concluso nel 1965.

Quel concilio cambiò profondamente la liturgia. La messa, che per secoli era stata celebrata in latino, cominciò a essere celebrata nelle lingue locali. Ma soprattutto cambiò la disposizione dell’altare: il sacerdote non celebrava più con le spalle ai fedeli, ma rivolto verso l’assemblea. Questo comportò un cambiamento radicale anche nei paramenti liturgici.

La pianeta, tipica della liturgia preconciliare, venne progressivamente sostituita dalla casula, una veste più ampia, quasi come un poncho, nella quale la parte decorata è sul davanti. Nella pianeta tradizionale, invece, la parte più ricca era sul retro, perché il celebrante trascorreva gran parte della funzione rivolto verso l’altare.

Questo cambiamento liturgico ebbe conseguenze molto concrete: migliaia di chiese in Sicilia dovettero rinnovare altari, paramenti e oggetti liturgici. Era necessario comprare o sostituire una quantità enorme di oggetti sacri. Per mio padre fu un’occasione straordinaria.

Grazie a quella congiuntura storica riuscì a espandere enormemente l’attività, trasferendola in uno spazio di oltre 500 metri quadrati distribuiti su tre piani, proprio ai Quattro Canti. Per molti anni il negozio fu probabilmente il più grande negozio di articoli religiosi in Italia: un luogo dove si poteva trovare davvero di tutto, dal piccolo rosario di plastica per il turista fino ai grandi paramenti liturgici commissionati dalle diocesi.

Io sono cresciuto dentro quel mondo. Da bambino aprivo le casse di legno con la merce che arrivava dai laboratori e dai fornitori. Ho lavorato in negozio per molti anni, fino al 2012, quando ho deciso di trasferire la mia galleria d’arte contemporanea accanto al negozio.

A quel punto la gestione passò nelle mani di mia sorella. Purtroppo, nel tempo è diventato evidente che non aveva né la disciplina del lavoro quotidiano né l’intuizione imprenditoriale necessarie per portare avanti un’attività così complessa. Progressivamente il negozio ha perso energia, direzione e capacità commerciale, fino a quando mio padre si è trovato costretto a prendere la decisione più dolorosa: chiudere definitivamente l’attività che aveva costruito nel corso della sua vita.

Guardando indietro oggi vedo una storia familiare fatta di quattro generazioni molto diverse tra loro:

Il fondatore artigiano, Giuseppe;

Il nonno studioso, Francesco;

Mio padre Domenico, che trasformò il negozio in un grande business;
e infine la mia generazione, l’ultima ad aver vissuto quel mondo dall’interno.

Quando il negozio ha chiuso nel 2023, si è chiusa anche una storia lunga più di cento anni, profondamente intrecciata con la storia religiosa, sociale e quotidiana della città di Palermo.

Pantaleone Arte Sacra, interno del negozio, ca. 2020

2. L’inventario del negozio includeva di tutto: dai rosari di plastica da un euro e le candele, fino a esclusive pitture su cera, candelabri in metallo, elaborati paramenti sacerdotali e grandi crocifissi in legno e decorazioni in pietra, rivolgendosi a chiunque, dal turista occasionale fino alla Chiesa. Come si è formato questo inventario? Cosa determinava la domanda? Come veniva organizzato, “curato” ed esposto all’interno del negozio?

Se la storia del negozio racconta l’evoluzione di una famiglia attraverso più di un secolo, il suo inventario racconta invece la storia materiale della religione cattolica.

Fin dall’inizio l’attività ha avuto una natura molto particolare: quella di espandersi continuamente. Il fondatore, mio bisnonno Giuseppe Pantaleone, aveva iniziato con una sartoria ecclesiastica, realizzando soprattutto abiti per sacerdoti. Ma nel corso del Novecento l’attività si è progressivamente ampliata.

Con il passare degli anni, e con l’apertura di una seconda sede, un piccolo negozio in stile Liberty in via Roma, nacque l’idea di offrire un servizio sempre più completo. L’obiettivo era semplice: poter rispondere a tutte le necessità del mondo cattolico, dalle devozioni popolari più semplici fino agli oggetti liturgici utilizzati nelle chiese.

Questo sviluppo seguì naturalmente anche l’evoluzione della società e del mercato. Nel corso del Novecento l’Italia si trasformò profondamente: cambiarono i materiali, le tecnologie produttive, il potere d’acquisto delle persone. Accanto agli oggetti tradizionali realizzati in legno, bronzo o tessuti ricamati, iniziarono ad apparire anche articoli prodotti industrialmente, in plastica, in resine o in leghe metalliche,  molto più economici e accessibili.

Mio padre mi raccontava spesso che all’inizio il negozio era estremamente semplice. Alla fine degli anni Quaranta, subito dopo la guerra, c’erano pochissimi soldi. Mio nonno aveva costruito alcuni mobili del negozio utilizzando le casse di legno con cui arrivava la merce: le smontava e le trasformava in espositori. Oggi potrebbe sembrare una scelta estetica o una forma di design riciclato, ma allora era semplicemente una necessità dettata dalla povertà del dopoguerra.

Col tempo il negozio è diventato un luogo straordinariamente complesso, quasi una piccola enciclopedia tridimensionale del cattolicesimo. Di ogni oggetto esistevano molte varianti, perché la religione cattolica vive contemporaneamente su livelli molto diversi: la grande liturgia delle chiese e la devozione privata delle persone.

Il crocifisso, per esempio, probabilmente l’articolo più venduto, poteva essere di plastica economica, di bronzo, oppure di legno intagliato. Poteva essere grande pochi centimetri, per essere portato al collo o tenuto sul comodino, oppure arrivare a dimensioni monumentali, anche oltre due metri, destinato agli altari delle chiese.

Ma la domanda non era statica: era sempre determinata da un equilibrio tra tradizione e cambiamento. Nel corso degli anni, per esempio, apparivano nuove figure di santi proclamati dai papi, e questo generava immediatamente una nuova domanda.

Il caso più evidente fu Padre Pio, probabilmente il santo che fece fare al negozio il miglior business. La sua immagine veniva venduta in tutte le dimensioni: dalle piccole figure di pochi centimetri fino alle grandi statue in vetroresina che imitavano il bronzo e che venivano collocate nei crocevia, nelle piazze o davanti alle chiese.

Padre Pio era una figura carismatica e controversa. Per molti anni non fu pienamente accettato dalle autorità ecclesiastiche e gli fu persino vietato di celebrare messa in pubblico. Era un frate segnato dalle stimmate, circondato da racconti quasi miracolosi, e proprio questa aura ambigua lo rendeva ancora più potente nell’immaginazione popolare. Come spesso accade con le figure in qualche modo osteggiate o marginalizzate dalle istituzioni, la devozione del popolo nei suoi confronti cresceva invece in modo quasi febbrile.

In pochissimo tempo apparvero sul mercato innumerevoli immagini e statue di Padre Pio, e mio padre cercava sempre di averle tutte: dalle piccole figure da pochi centimetri fino alle grandi statue monumentali.

Il negozio, nel periodo della sua massima espansione, era distribuito su tre livelli.

Il piano terra era dedicato agli oggetti più immediati e accessibili: statue, crocifissi, rosari, candele, ma anche oggetti liturgici più importanti come calici, tabernacoli e reliquiari. L’idea era che ci fosse almeno un esempio di ogni tipologia di oggetto che il negozio era in grado di fornire.

Il secondo piano, invece, era quasi interamente dedicato ai paramenti liturgici e ai tessuti. Qui si trovavano soprattutto le casule, esposte in molti modelli e in tutti i colori liturgici.

Come sai, i colori liturgici principali sono quattro: bianco, viola, verde e rosso. A questi si aggiunge l’oro, che può essere utilizzato in quasi tutte le grandi solennità. Esiste poi anche l’azzurro, che in realtà non è un colore liturgico ufficiale ma viene spesso utilizzato nelle celebrazioni mariane. Infine c’erano alcune casule molto rare di colore rosa, che si usano soltanto due volte l’anno: nella terza domenica di Avvento e nella quarta domenica di Quaresima.

Per quanto riguarda invece la cura e l’esposizione del negozio, una figura fondamentale della sua storia è stata la signorina Maria. Era una donna che ha lavorato praticamente tutta la sua vita nel negozio. Fu assunta a diciassette anni e rimase con noi fino alla pensione, oltre i sessant’anni. Per mio padre fu una fortuna enorme. Con il tempo diventò quasi una persona di famiglia. Mi ha visto nascere e mi voleva bene come un figlio. Spesso mi rimproverava e da bambino mi sembrava strano: pensavo che fosse semplicemente un’impiegata. Solo molto tempo dopo ho capito che era una persona che teneva profondamente al negozio.

Era lei che curava le vetrine. Le cambiava seguendo il calendario delle festività liturgiche, ma anche secondo una logica molto pragmatica: esponeva gli oggetti più nuovi che volevamo promuovere, ma anche quelli che erano rimasti troppo a lungo in magazzino, in modo da farli finalmente uscire. Senza aver mai studiato marketing, applicava in modo del tutto naturale strategie commerciali molto efficaci. E soprattutto era una venditrice formidabile.

Ripensando oggi alla storia del negozio, la signorina Maria è forse la persona che ricordo con più stima e affetto insieme alla Signora Valentina Puntil che seguiva l’amministrazione ed era una mia alleata e per un periodo si occupò anche dell’amministrazione della galleria con entrambe ancora oggi, ogni tanto, ci sentiamo.

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3. Quando mi sono trasferita a Palermo e ti ho incontrato nel 2005, lavoravi ancora part-time dietro il bancone del negozio, con un’enorme conoscenza della liturgia cattolica e dei suoi oggetti, intrattenendo i clienti con grande naturalezza. Allo stesso tempo avevi appena iniziato la tua galleria d’arte contemporanea da casa tua, a pochi passi di distanza, in un palazzo decadente del centro storico. Come facevi ad avere la capacità mentale di fare entrambe le cose e di muoverti tra questi due mondi?

Io sono letteralmente nato dentro il negozio. Ho iniziato a lavorare quando ero ancora un bambino. Ero già molto sviluppato fisicamente, il più alto della mia classe, e per questo mio padre non ha mai avuto esitazioni nel coinvolgermi molto presto nel lavoro.

Passavo ore in magazzino ad aprire casse di legno, appendere oggetti, montare grandi crocifissi, avvitare, sistemare. Era qualcosa di completamente naturale: nella mia famiglia si lavorava tutti. Così ho assorbito, quasi senza accorgermene, un’enorme quantità di conoscenze, dalla liturgia alle storie dei santi, fino ai materiali e alle tecniche degli oggetti sacri.

Quel mondo, però, a un certo punto ha smesso di bastarmi.

Dopo la mia esperienza a New York, dove avevo lavorato da Gagosian, ho sentito con grande chiarezza che volevo altro. L’arte contemporanea non era solo un interesse: era una necessità. Sentivo il bisogno di costruire qualcosa che che potesse cambiare la mia città, qualcosa che potesse davvero cambiare la mia vita.

Così, nel 2003, dopo aver preso casa a Piazza Garraffello, nel cuore della Vuccirìa, allora un luogo ancora crudo, quasi dimenticato, e dopo aver intuito il potenziale di quegli spazi, ho aperto la galleria, anche grazie al sostegno di due artisti, Marco Cingolani e Alessandro Bazan.

Da quel momento è iniziato un periodo di lavoro durissimo.

Lavoravo in negozio e poi, durante la pausa pranzo e la sera, mi dedicavo alla galleria. Installavo mostre, organizzavo gli spazi, e insieme al mio compagno che oggi è diventato il mio coniuge, costruivamo tutto il resto: il sito, le email, i contatti. Era un lavoro continuo, senza orari.

Oggi, guardandomi indietro, faccio fatica a capire come sia stato possibile sostenere tutto questo. È stato uno sforzo enorme.

Ma credo che la vera risposta sia più profonda. Quella energia nasceva anche da una forma di disagio. All’interno della mia famiglia mi sono sempre sentito, in qualche modo, quello diverso, quello fuori posto. E l’arte contemporanea è diventata per me uno spazio di libertà, un luogo in cui poter esistere senza dovermi adattare.

Col tempo ho capito che non si trattava semplicemente di gestire due lavori o due identità. Stavo vivendo, senza esserne del tutto consapevole, il passaggio da un sistema simbolico a un altro.

Il negozio rappresentava una forma di sacro codificata, regolata, istituzionale, fatta di oggetti con un significato preciso, stabilito e condiviso. L’arte contemporanea, invece, apriva uno spazio opposto: ambiguo, aperto, instabile, dove il significato non è dato una volta per tutte, ma si costruisce continuamente.

Non ho mai vissuto questi due mondi come completamente separati.
Al contrario, è stata proprio la tensione tra questi due poli, tra tradizione e ricerca, tra fede e dubbio, tra oggetto rituale e opera d’arte, a generare l’energia che mi ha permesso di andare avanti.

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A Renaissance-style Madonna and her Child admire a Space Shuttle launch — the brilliant orange and red explosion of ignition filling the scene with light and fire. Remarkably, the Madonna's outstretched hand appears to be touching the shuttle, and the Christ child reaches toward the flames — as if blessing or directing the launch. This powerful Fine Art Print reproduces an original hand-cut antique paper collage by Aleksandra Mir.

The new artwork combines source materials from antique religious and modern scientific imagery into a new physical and fantastical reality. The sleeping child of the title becomes the awakening of human technological ambition. The serene, monochrome devotional world of the engraving is violently and beautifully interrupted by colour, fire and modernity. The Madonna appears not alarmed but composed — as though she has always known this moment was coming.

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4. Un giorno, quando sei venuto a visitare il mio studio e mi hai visto lavorare su un collage, mi hai portata nel magazzino del negozio e mi hai dato una scatola di antichi certificati di prima comunione troppo danneggiati per essere venduti, ma una miniera d’oro per un’artista del collage. Cosa puoi raccontarci di questi certificati? Quanto sono antichi? Come venivano tradizionalmente venduti e utilizzati?

È un ricordo molto interessante, e devo dire che non avevo mai riflettuto fino in fondo sul fatto che le prime cose che ti ho dato fossero proprio dei certificati.

Nella tradizione cattolica esiste da sempre la necessità di rendere visibile qualcosa che, per sua natura, è invisibile. I sacramenti, il battesimo, la comunione, la cresima, sono atti spirituali, immateriali. Eppure la Chiesa ha sempre prodotto documenti che ne attestano l’avvenimento: certificati stampati, spesso decorati, sui quali vengono apposti una firma e un timbro.

In questo modo si crea una traccia concreta, tangibile, di qualcosa che non lo è. È una forma di traduzione: dallo spirituale al materiale.

I certificati che ti avevo dato erano per lo più della prima metà del Novecento, alcuni anche più antichi. Venivano venduti da noi alle parrocchie e consegnati dopo la celebrazione del sacramento, venivano compilati con il nome della persona, la data, la firma del sacerdote e il timbro della chiesa. Spesso erano anche oggetti molto curati dal punto di vista visivo: decorazioni dorate, immagini sacre, tipografie elaborate.

Con il tempo, quelli che si rovinavano o che non potevano più essere venduti finivano nei magazzini. Per mio padre erano oggetti invendibili io ne percepivo le potenzialità che avevano in mano all’artista giusto.

Ricordo anche che, negli anni, ti diedi molte altre immagini religiose: stampe, immagini devozionali, anche quelle olografiche con colori molto intensi e quasi plastici. Tutto quel materiale apparteneva a una cultura visiva popolare, estremamente ricca e stratificata.

Ma il tema del certificato, oggi, mi sembra particolarmente interessante perché crea un parallelo molto diretto con il mio lavoro attuale. Anche nel mondo dell’arte contemporanea esiste un documento fondamentale: il certificato di autenticità. Quando una galleria vende un’opera, rilascia un documento con firma dell’artista e timbro della galleria

Quel certificato serve a rendere visibile qualcosa che, in fondo, è anch’esso invisibile: la fiducia che quell’opera sia autentica, che sia stata pensata dall’artista, che appartenga davvero alla sua pratica.

Ancora una volta, si tratta di trasformare una fede in un oggetto.

E in questo senso mi colpisce vedere come, in due contesti apparentemente lontanissimi, la religione e l’arte contemporanea, esista la stessa necessità: dare forma materiale a qualcosa che, senza quel gesto, resterebbe invisibile.

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An Italian First Communion certificate, framed with a delicate border of pink roses, gold ribbons and green ivy, becomes the setting for a Space Shuttle on its launch pad — bathed in golden floodlights against a dusky sky. This wondrous Fine Art Print reproduces an original hand-cut paper collage by the artist Aleksandra Mir.

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The blank lines waiting to be filled in are deeply poignant — this could be anyone's communion with the cosmos. The roses and gold filigree frame the rocket with the same tenderness reserved for the divine. It's playful, warm and genuinely sweet.

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5. Per molte persone del mondo dell’arte che hanno visitato Palermo negli ultimi decenni, tu sei una sorta di sindaco non ufficiale della città, qualcuno che accoglie, ospita e introduce gli artisti alla sua città. Molti artisti che visitano o si trasferiscono qui finiscono anche per trarre ispirazione dalla Chiesa in vari modi. Potresti condividere alcuni di questi progetti e opere?

Questa è una considerazione molto interessante, e anche molto lusinghiera, quindi ti ringrazio. L’idea di essere, in qualche modo, una figura di riferimento a Palermo mi fa sentire di aver fatto un buon lavoro.

Un lavoro costruito soprattutto su relazioni, entusiasmo ed energia, rivolto a chi arriva in una città straordinaria ma non sempre facile da comprendere. Palermo è molto affascinante, ma può anche spaventare; soprattutto non è una città in cui l’arte contemporanea è immediatamente leggibile o visibile.

Col tempo mi sono reso conto di essere diventato, quasi naturalmente, una sorta di ambasciatore della città attraverso il linguaggio dell’arte.

Questa idea mi fa pensare a mio nonno Francesco, che era uno studioso di esperanto. L’esperanto era un’utopia: una lingua universale che potesse nascere dall’incontro di tutte le lingue. Ma era anche una rete internazionale molto concreta. Esisteva una guida con i referenti di ogni città, e quando un esperantista viaggiava poteva trovare il contatto locale, essere accolto, guidato, introdotto alla città, e tutto avveniva in quella lingua comune.

In un certo senso ho vissuto qualcosa di simile. Solo che la lingua condivisa non è stata l’esperanto, ma l’arte contemporanea.

Ho avuto la fortuna di accogliere a Palermo persone straordinarie. Alcune le avevo conosciute già negli anni a New York, quando lavoravo da Gagosian, come David Hockney o Jenny Saville, che allora aveva molta meno notorietà. Jenny, in particolare, è una delle persone che ho visto più profondamente attratte dal tema del sacro. E questo non è un caso.

Palermo è una città in cui il sacro non è solo un fatto religioso, ma una presenza viva e simbolica continua. È nei corpi, nei riti, nelle immagini, nelle processioni, nelle chiese stratificate nel tempo. È una dimensione che, anche quando non viene cercata, finisce per emergere.

Penso che molti artisti, soprattutto quelli più sensibili, vengano colpiti proprio da questa intensità simbolica. Non necessariamente in modo esplicito o dichiarato, ma come una forza che attraversa il loro lavoro.

Un esempio molto evidente e recente sono le due pale d’altare realizzate da Adrian Ghenie nella chiesa di Santa Maria della Mazza, in via Maqueda. In quel caso il dialogo tra arte contemporanea e spazio sacro è diretto, quasi frontale.

Ma anche quando non si traduce in interventi così espliciti, Palermo lascia un segno. È come se la città, con la sua stratificazione religiosa e culturale, continuasse a lavorare sottotraccia nell’immaginario degli artisti.

Credo però che ci sia anche un altro aspetto della mia personalità che ha contribuito a creare questo tipo di relazioni: una certa inclinazione alla gioia, alla curiosità e alla condivisione delle opportunità che Palermo offre. Mi è sempre piaciuto mettere in contatto persone molto diverse tra loro, creare incontri improbabili, far conoscere non soltanto l’arte ma anche l’umanità complessa della città.

Per questo spesso organizzavo cene, incontri con personaggi della vita palermitana, collezionisti, aristocratici, artisti, giornalisti o persone totalmente eccentriche. Ma allo stesso tempo mi divertiva moltissimo anche portare gli ospiti internazionali nei luoghi più autentici e contraddittori della città. A volte significava accompagnare persone elegantissime e sofisticate nell’unica discoteca gay di Palermo, un posto magari anche un po’ trash, ma incredibilmente divertente.

Credo che Palermo funzioni così: è una città dove il sublime e il decadente convivono continuamente, spesso nella stessa serata. E forse parte del fascino che molti artisti percepiscono nasce proprio da questa tensione irrisolta.

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6. Sei sempre stato un uomo gay apertamente dichiarato e orgoglioso, partecipando attivamente al Pride di Palermo e rendendo pubblico il tuo matrimonio con tuo marito Francesco Giordano in un documentario sulla televisione nazionale italiana. Come si conciliava questo con l’attività di famiglia e con il fatto che il principale cliente del negozio fosse la Chiesa? È mai stato un problema o una lotta, oppure è una contraddizione solo immaginata?

Ho avuto consapevolezza della mia identità molto presto, e questo è stato, almeno all’inizio, una fonte di grande sofferenza.

La mia famiglia ha fatto fatica a comprendere e ad accettare questa parte di me. Con il tempo le cose sono cambiate, almeno in parte, ma non completamente. È rimasta una grande distanza, a volte silenziosa, che ho percepito profondamente. Anche in momenti importanti, come il documentario che citi, questa difficoltà è emersa in modo evidente, e per me è stato doloroso, perché avrei desiderato un segno più esplicito di riconoscimento e di affetto.

Questa tensione non è stata solo privata, ma ha attraversato anche il mio rapporto con il negozio e con la sua storia. In alcuni momenti ho avuto la sensazione di non essere pienamente riconosciuto nel mio ruolo e nel mio contributo, e questo ha reso tutto più complesso.

Eppure, col tempo, ho capito una cosa fondamentale: quella che all’inizio vivevo come una fragilità era in realtà una forza. A un certo punto ho smesso di cercare legittimazione dove non riusciva ad arrivare, e ho deciso di vivere la mia identità con libertà e responsabilità. Se qualcuno non era in grado di accettarla, ho imparato a considerarlo un limite suo, non mio.

In questo percorso sono stato anche accompagnato da modelli culturali molto forti. Sono cresciuto leggendo e guardando il lavoro di figure come Andy Warhol, Pier Paolo Pasolini, Federico García Lorca, Michel Foucault, Rainer Werner Fassbinder, Luchino Visconti, artisti e pensatori che hanno trasformato la propria identità in una forza creativa.

Credo che, in molti casi, sia proprio da una tensione, da una contraddizione vissuta in modo profondo, che nasce una forma di energia capace di generare visione. Così ho cercato di andare avanti con determinazione, anche con leggerezza, senza rinunciare a me stesso.

In questo percorso, una presenza fondamentale è stata quella di Francesco Giordano, mio marito. Lui ha sempre creduto in me e nel mio lavoro, anche nei momenti più difficili o incerti. È stato un punto fermo, una forma di sostegno continuo, e sapere di poter contare su di lui ha fatto una differenza enorme.

Se guardo ai risultati costruiti in questi anni, so che una parte importante di quella energia, di quella capacità di resistere e di continuare, nasce anche da lì, dalla forza di un legame che mi ha dato stabilità e fiducia.

Per questo, alla fine, non penso che si tratti semplicemente di una contraddizione tra identità personale e contesto, tra essere gay e lavorare in un mondo legato alla Chiesa. Piuttosto, è stata una tensione reale, difficile, ma anche profondamente generativa. Una tensione che, in modi diversi, ha contribuito a definire chi sono oggi.

FINE.

Aleksandra Mir’s collages exhibited in the Pantaleone shop window, Palermo, 2013

Hai mai visitato il negozio di articoli religiosi Pantaleone? Hai scattato foto della merce o degli interni? Siamo attivamente alla ricerca di qualsiasi tipo di documentazione fotografica per costruire un archivio retrospettivo. Si prega di inviare i contributi a hello@aleksandraprints.com e/o fp@fpac.it

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